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Gruppo Archeologico "Terra di Palma"

Associazione affiliata ai Gruppi Archeologici d'Italia e iscritta nel Registro del Volontariato con Decreto della Regione Campania n. 05648 del 20/04/1999.

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Acquedotto romano del Serino

L’acquedotto romano del Serino di epoca augustea


(estratto dal libro SORRENTINO L., 1996, Antichità a Palma Campania, Editrice L’Arca, Avella, pp. 65-78)

Tracciato principale

L’Acquedotto Augusteo è senza dubbio l’opera più imponente costruita dai Romani in Campania, con uno sviluppo di circa 92 km. Aveva inizio da Serino, dove captava le acque della sorgente Acquaro (Fons Augusteus); passava interrato fino a Mercato di Serino, attraversava la vallata su di un pontecanale dirigendosi verso Aiello, a dove proseguiva, scavato nella roccia, sotto il Piano di Forino per Perduro e Pandula. Lasciava a sinistra San Severino, passavo sotto Tor di Marcello e Castel San Giorgio e proseguiva per Taverna di Lazzaro e la Serra di Paterno; poi lungo la collina passava al di sopra di Sarno, giungeva ad Episcopia e proseguiva per Palma.

Numerosi ruderi si possono ammirare lungo il tratto che va da Sarno a Palma, ad esempio in località Mura d’Arce alla base della località Pestelloni.

Nella tradizione locale tale tratto è detto anche Ponte dei Diavoli o Ponte a Selice fino a Roma. La prima denominazione è da attribuirsi forse al fatto che la costruzione fu eseguita in un tempo così breve che la fantasia popolare ne collegò l’improvvisa apparizione all’opera di divinità malefiche. La seconda è giustificabile per la grandiosità dell’opera che fece erroneamente pensare alla possibilità che l’acquedotto dovesse servire all’approvvigionamento idrico della città di Roma.

Il tratto da Serino a Palma suscita grande interesse per la disuniformità della costruzione, in contrapposizione agli altri acquedotti romani, che si sviluppano secondo un unico schema architettonico. Coesistono, infatti, lo schema a condotta poggiante su archi i cui piloni in alcuni punti sono rinforzati da contrafforti a scarpa e quello a muratura piena, interrato, con sviluppo non lineare ed a gomito.

L’adozione di questo ultimo accorgimento tecnico fu dettato dall’instabilità dei terreni attraversati, soggetti a fenomeni di cedimento alla base dei versanti, per la presenza di una fitta rete di impluvi.

 Nel canale della condotta principale l’acqua defluiva a pelo libero, per gravità, in uno speco (ductus) a sezione rettangolare di 2,10 m di altezza per 0,82 m di larghezza e tale sezione è tra le più grandi delle altre similari realizzate in Italia dai Romani. Il canale è pavimentato da un massetto in cocciopesto di spessore medio di circa 10 centimetri, le pareti laterale (spalle) sono in laterizi ed alla sommità la copertura è all’interno a spiovente, realizzata con tegole del tipo bipedale, ed all’esterno a botte. Lo speco è all’interno ricoperto da intonaco di cocciopesto dello spessore medio di 2-3 centimetri ed è all’esterno annegato completamente in un masso a getto di pietre calcaree cementate da malta. Il rivestimento che racchiude la struttura in alcuni tratti è in opus reticulatum ed in altri in opus latericium. La tecnica ad opus reticulatum, con il paramento di piccoli cunei di tufo con base quadrata, disposta all’esterno, ed a filari regolari inclinati a 45°, è attribuibile alla fine dell’Età Repubblicana ed in Campania è stata adottata in diverse opere realizzate in Età Augustea nell’area flegrea. La costruzione con paramento in opus latericium, nel caso specifico i mattoni all’interno hanno forma triangolare per meglio ammorsarsi al nucleo in pietre calcaree cementate con malta, è stata largamente utilizzata in piena età imperiale. Molto probabilmente la condotta con paramento in opus reticulatum rappresenta il percorso originario dell’acquedotto, mentre la condotta con paramento in opus latericium testimonia che in epoca successiva l’opera ha subìto interventi di restauro, forse per danni causati da fenomeni occasionali, che in alcuni punti ne hanno determinato perfino la ricostruzione e, forse, modifiche del percorso originario.

Subito dopo il pontecanale della località Mura d’Arce l’acquedotto non è più visibile. Poco prima di questa località esso si divideva in due rami: uno proseguiva sul pontecanale; l’altro costeggiava la collina. Si pensa che il tracciato originario fosse il secondo, ma, a causa dell’instabilità dei terreni, sia stato modificato con l’adozione del pontecanale. Infatti, poco dopo il Vallone del Monaco, entrambi confluiscono in un unico condotto.

Si ritiene che esso prosegua, interrato, fiancheggiando le colline che si trovano nel territorio di Palma fino alla località Torricella, dove sono ancora visibili nella proprietà Iervolino a ridosso di una villetta rustica alcuni ruderi appartenenti all’antico acquedotto e che giustifica il toponimo.

Da questa località, come testimonia l’architetto Felice Abate, incaricato del restauro dell’acquedotto, sembra che il condotto si diriga verso ovest, e, attraversati i territorio di S. Gennaro Vesuviano, Piazzolla, lasciando sulla destra Nola e Saviano, passando per la masseria De Martino, S. Maria del Pozzo, la Masseria San Sossio, sempre interrato fino alla Masseria La Preziosa, proseguiva su archi fino a Pomigliano, Casalnuovo, Afragola, S. Pietro a Patierno e S. Giuliano, dove è ancora visibile in località Ponti Rossi.

Da questo punto passava interrato sotto la collina per S. Eframo, Santa Maria delle Vergini fino a S. Agnello. Qui l’acquedotto si divide in due tronchi: uno serviva la città di Napoli per la Porta di Costantinopoli e giungeva in località S. Patrizia; l’altro passando alla base di S. Elmo si dirigeva verso Chiaia, giungeva alle Terme di Agnano e proseguiva, passando a monte di Bagnoli, per Pozzuoli ed aveva termine alla piscina Mirabile di Bacoli.

Infatti, l’acquedotto, oltre a fornire l’acqua ai territori attraversati, aveva l’importante funzione di assicurare l’approvvigionamento idrico alla flotta romana, ancorata nel porto di Miseno. È da presumere che la sua costruzione sia collegata alla realizzazione delle opere portuali promosse da Augusto nell’area flegrea.

Diversi studiosi quali il Pontano, il Lettieri e l’Abate definirono Claudio questo acquedotto, tratti in inganno dal rinvenimento nei pressi di Baia di alcune fistulae plumbee col nome di tale imperatore.

Alla esatta definizione di “Fontis Augustei Aquaeductus” ha dato un notevole contributo lo studio del prof. I. Sgobbo, pubblicato in Notizie Scavi: “L’acquedotto romano della Campania“.

Col passare degli anni questa opera così imponente andò in disuso, ma non venne mai dimenticata.

Nel 1560 l’architetto Pier Antonio Lettieri ebbe l’incarico dal Viceré Don Pietro da Toledo di progettarne il restauro. La relazione del Lettieri venne per la prima volta pubblicata nel 1803, alla fine del VI volume del Dizionario Geografico del Giustiniani.

Nel 1860 l’incarico del restauro venne affidato dal Comune di Napoli all’architetto Felice Abate. Questi eseguì, sulla scia della relazione Lettieri, un’accurata indagine nei luoghi attraversati dall’acquedotto. L’Abate riportò in sezioni e planimetrie l’intero tracciato principale ed allegò, inoltre, ai suoi disegni una dettagliata relazione.

Confrontando le due relazioni si notano alcune discordanze in merito al percorso ricostruito nel Piano di Palma e ciò è dovuto molto probabilmente più alla diversa toponomastica, determinatasi nei trecento anni trascorsi fra gli incarichi affidati al Lettieri ed all’Abate, che ai luoghi effettivamente descritti.

Prova ne è il termine cavallericia con cui il Lettieri indica certamente il luogo dove ai suoi tempi era situata una famosa scuderia ed è presumibile che egli intendesse riferirsi a quella annessa al Palazzo Aragonese.

Se così fosse si dovrebbe credere che il tracciato principale passava nei pressi di Sirico, antico casale di Saviano, dove anche secondo il Remondini era ubicata tale cavallericia.

Del resto la cavallerizza venne costruita nel 1493 ed utilizzata come Stalla Regia fino al 1581 (Nappi P., 1938, Un paese nella gloria del sole, Sarno).

Il Remondini (1747-57, Della nolana ecclesiastica istoria, Napoli, I, 254) sostiene, infatti, che nel territorio di Sirico, ubicato nel Piano di Palma non perché fosse sotto la sua giurisdizione, ma perché posto nella pianura sottostante la collina di Castello, si potevano osservare nella metà del 1700 i ruderi di una costruzione imponente fatta realizzare dal Re Ferdinando I ed adibita a stalla reale con alloggi per i falconieri che lo seguivano durante la caccia ai nibbi ed aquile.

Che la “cavallericia” fosse ubicata in tale luogo viene anche suffragato dal fatto che il mandato per la sua costruzione venne affidato dal Re al Carafa, all’epoca Conte di Marigliano, e che 100 ducati, dei circa 570 occorsi, vennero prelevati dai fondi pagati all’erario dai suffeudatari del contando di Nola (Nappi, op. cit.).

L’Abate sembra confermare tale ipotesi perché, nell’analizzare la sua relazione si nota che il luogo individuato con cavallericia dal Lettieri, viene da lui sostituito con Saviano.

Il Lettieri infatti, afferma:

Et seguitando per la falda de la montagna escie in quelli aquedutti fatti sopra certi archi grandi de mattoni, quali nella via che se va da la Foce ad Palma; dopo se torna ad mettere per la falda de la montagna et escie allo piano di Palma per sotto terra, et non per quelli aquedutti che pareano sopra terra, et tirando per sopra la cavallericia per lo predetto piano, per la massaria de Sto Martino, et altri luoghi va ad dare sotto Sta Maria de lo puzo“.

Più preciso è l’Abate:

Si dirige da est ad ovest incrocia pria con la strada che mena da Sarno a Palma; indi con la via Cupa per onde vasi a Boscoreale; di poi con la ferrovia, ove lo si vede spezzato e raddoppiato nel tratto in tagliamento che precede la stazione di Palma; ripiega un poco a destra e dirigendosi da sud sudest a nord-nord-ovest, lasciando Ottaiano a manca e Palma, Nola e Saviano a dritta…“.

L’Abate parla della via Cupa Miano che è posta molto più ad ovest e, forse, in realtà così anticamente era indicata la strada che, partendo dal Vallone di Aiello, si va a congiungere con la via Cupa Miano in località Torone. Da questa relazione si deduce che il tracciato principale passava per il Piano di Palma lasciando sulla destra la contrada Torone e sulla sinistra la zona di Balle.

Inoltre nella relazione Lettieri si legge:

Poco più abbascio da detto acquedotto antico nel piano de Palma derivava un altro ramo de acqua quale và verso il locho dove stava anticamente la città de Pompei“.

La diramazione poteva avere inizio probabilmente nei pressi del ponte sulla ferrovia in località Torone, nel “tratto in tagliamento che precede la stazione di Palma” e subito dopo “lo si vede raddoppiato” come riferito dall’Abate. Un ramo sembra proseguire verso San Gennaro Vesuviano in direzione nord mentre l’altro sembra dirigersi verso la località Balle.

Durante i lavori del raddoppio della linea ferroviaria, nel 1988, la dott.ssa Valeria Sampaolo, all’epoca ispettrice alle Antichità, portò alla luce un breve tratto in cui i due condotti camminano appaiati ed analizzando gli spechi rilevò che il tratto a sud presentava maggiori incrostazioni ed era in opus latericium, mentre l’altro a nord presentava minori incrostazioni ed era in opus reticulatum.

La Sampaolo sostiene che il tratto a sud fu realizzato dopo il terremoto del 62 d.C. ed utilizzato successivamente per diversi secoli.

Nulla vieta di affermare, salvo future scoperte, che il tratto in latericium appartiene alle imponenti opere di restauro realizzate da Costantino tra il 323 e il 324 ed in tal caso dovrebbe escludersi che qui avesse inizio la diramazione per Pompei e che, anzi, tale diramazione sarebbe da ricercare nel tratto tra via Sarno, in località Torricelle, e la via Cupa Miano in località Toppa di Aiello, prima dell’attraversamento della ferrovia.

Il tratto a nord in opus reticulatum potrebbero essere stato consolidato con contrafforti a scarpa in opus latericium anche in seguito del sisma del 62 d.C. e, successivamente, nel 323 o 324, completamente sostituito dal tratto a sud in opus latericium perché ritenuto non più idoneo staticamente.

Diramazioni dell’Acquedotto Augusteo

L’Acquedotto Augusteo lungo il suo percorso serviva molte altre contrade. Ciò è confermato dalla presenza nel territorio di Palma di altri rami che si distaccano dalla condotta principale e lo si deduce pure dalla relazione del Lettieri:

Et la sopra dicta acqua non solamente serviva ali loci sopra detti ma ad alcuni altri, attesocché dal predetto acquedotto che era nello piano di Palma se ne diriva uno ramo de formale che andava alla città di Nola; et questi anni quanno Nola fu fortificata, fu ritrovato dicto formale nelli fossi della città

Quindi, come accennato in questo passo ed in quello posto alla fine del precedente paragrafo, il Lettieri attesta con sicurezza la presenza nel territorio di Palma di due diramazioni importanti: una diretta a Pompei, e l’altra a Nola.

Si è altresì certi che l’acquedotto continuasse il suo percorso anche oltre la località Torricelle fiancheggiando le colline fino all’odierno abitato di Palma.

Lateralmente alla chiesa della Madonna dell’Arco, il toponimo ne conferma il passaggio, è ancora oggi conservato un tratto dell’acquedotto nella proprietà Normandia; un breve tronco murato alle estremità ed adibito a serbatoio d’acqua piovana.

L’Abate afferma che nella campagna di Pomigliano in numerosi punti l’acquedotto aveva avuto analoga sistemazione.

Alcuni anni orsono esplorai questo tratto con i figli dell’affittuario del fondo.

Esso è posto ad una profondità di sei metri, ha una lunghezza di sette metri, una sezione interna di forma ovoidale allungata con una altezza di circa due metri ed è provvisto, inoltre, di due bocche da presa.

Caratteristiche molto importanti di questo tratto sono il rivestimento interno in cocciopesto, identico a quello che si rinviene in località Mura d’Arce, e la presenza di un gomito. Tale esigenza tecnica aveva la duplice funzione di rallentare la velocità dell’acqua e di porre un’adeguata resistenza ad eventuali cedimenti del terreno.

Il condotto continuava sempre in direzione nord- nord-ovest a lato del Cannellone e, poco prima del Palazzo Aragonese, si biforcava in due rami: uno continuava in direzione nord-nord-ovest verso la località Poteche; l’altro tagliava a sinistra e lo si è rinvenuto durante i lavori per la costruzione del mercato ortofrutticolo negli anni ’50. Del ramo che si dirige verso la località Poteche non si sa nulla. La tradizione popolare sostiene che in questa località era presente un cunicolo sotterraneo usato dai briganti.

Nel 1955 si rinvenne alla profondità di dieci metri, durante i lavori per la costruzione del mercato ortofrutticolo, un tratto dell’acquedotto nei pressi del lato est dell’Ufficio Postale e sembra che proseguisse in direzione nord.

Vecchi muratori riferiscono di aver rinvenuto tratti simili, a notevole profondità, circa dieci metri, nella proprietà De Giulio, nei pressi dell’incrocio tra via S. Felice e via Nola, e nella proprietà Mancone sempre in via Nola.

Non si può stabilire con certezza quale sviluppo sotterraneo abbia avuto l’acquedotto, ma si può supporre che da esso si dipartissero altri due rami. Un tratto proseguiva in direzione nord-nord-ovest attraverso la strada del Casalicchio, ora via Croce, e giungeva nell’odierna proprietà Cacciapuoti al confine con il cortile Ferrara. In questo luogo negli anni sessanta si aprì una voragine che ne portò alla luce un breve tratto. Nella carta topografica del “Littorale di Napoli”, redatta nel 1794 dal geografo Rizzi Zannoni, questo tratto sembra essere parte integrante del tracciato principale, individuato come “Acquedotto Antico“. Da tale carta si rileva anche che il tracciato principale da via Croce proseguiva in direzione nord-ovest passando tra le località Torre fino a Pozzoceravolo.

1794. Carta Del Littorale Di Napoli e de luoghi antichi più rimarchevoli di quei Contorni, Giovanni Rizzi-Zannoni, particolare 2.jpg
Stralcio della carta topografica intitolata “Littorale di Napoli”, redatta nel 1794 dal geografi Rizzi Zannoni, dell’area della Terra di Palma con evidenziato il tracciato e le parole “Acquedotto Antico”

 

Il ramo che procede in direzione nord e sembra dirigersi verso Nola aveva un percorso che probabilmente si sviluppava lungo la direzione nord-nord-est e, attraversando gran parte dell’odierno abitato, infatti, lo si è rinvenuto all’altezza della proprietà Rainone in via Mauro, strada che porta alla frazione di Pozzorummolo, proseguiva in direzione di via Carpinelli.

Pare che questo tratto sia in perfette condizioni per circa quattrocento metri: per tale lunghezza venne esplorato da un coraggioso muratore.

Tale diramazione, quindi, sembra dirigersi tra Pozzorummolo e Carbonara e, proseguendo fra le curve altimetriche comprese tra 65-70 m. sul livello del mare, sfiorava la collinetta di Montesano e, molto probabilmente, si collegava con i tratti di recente rinvenuti in località La Vigna a S. Paolo Belsito, trasformati successivamente in cisterne, e continuava in direzione nord-ovest per Nola.

La presenza di questi numerosi tratti appartenenti all’Acquedotto Augusteo, comodamente percorribili in piedi, fu immaginata dal popolo come una fitta rete di passaggi segreti che si dipartiva dal Palazzo Aragonese.

In seguito, come tramanda la tradizione popolare, questi cunicoli vennero scoperti ed utilizzati dai briganti che imperversavano nelle nostre contrade durante il secolo scorso.

Nel periodo della seconda guerra mondiale, in diverse località del Piano di Palma, l’acquedotto venne attrezzato ed usato come rifugio antiaereo durante i bombardamenti eseguiti dall’aviazione alleata.

Considerazioni finali

Dal tracciato dell’Acquedotto Augusteo nel territorio di Palma, come ricostruito nella Tav. 5, si nota che né il Lettieri, né l’Abate sono in errore, in quanto coesistono entrambi i percorsi ricostruiti dai due architetti. Si può supporre che il tracciato cui si riferiscono i due sia quello costruito nel periodo Augusteo e successivamente modificato dall’imperatore Costantino. In tal senso si ritiene che nei pressi della località Torricelle, nell’incrocio che collega via Sarno con via Vecchia Sarno, si dipartisse il ramo destinato all’antica Pompei e che il condotto principale giungesse fino all’odierno Palazzo Aragonese.

Nei secoli successivi al periodo augusteo è probabile che tale tracciato sia stato modificato.

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L’epigrafe rinvenuta presso la sorgente Acquaro con l’iscrizione recante la notizia del restauro dell’acquedotto romano del Serino compiuto dall’imperatore Costantino

Nell’articolo del prof. Sgobbo, infatti, viene riportata una epigrafe, rinvenuta durante i lavori di sbancamento presso la sorgente Acquaro, a testimonianza del restauro dell’acquedotto, compiuto nel IV secolo d.C. ad opera dell’imperatore Costantino. Nella stessa epigrafe sono elencate le città cui era destinata l’acqua proveniente da Serino: Pozzuoli, Napoli, Nola, Atella, Cuma, Acerra, Baia e Miseno. Tra queste si nota la mancanza di Pompei, servita dall’Acquedotto Augusteo come si legge nella relazione del Lettieri, e che non esisteva più dal 79 d.C.

 

L’opera di restauro, come scrive il prof. Sgobbo,

fu davvero imponente: il solo tronco principale dell’acquedotto fino a Napoli fu ricostruito per circa km 11,800 di percorso”

Se, come ipotizzato, il tracciato principale fu modificato, la diramazione per la città di Nola, a partire dal IV secolo d.C. poteva aver inizio nei pressi del territorio di S. Gennaro Vesuviano e proseguiva in direzione nord. Infatti, non sono poche le notizie che informano della presenza di un cunicolo sotterraneo usato dai briganti in località Verdischi, posta lungo la provinciale che collega Nola con S. Gennaro Vesuviano.

Tralasciando ogni supposizione, comunque, resta un dato inconfutabile: la presenza di una fitta rete di diramazioni. Ciò dimostra che nella nostra zona, nel periodo augusteo, si trovavano dei centri abitati di non poca importanza. Infatti, confrontando fra loro le sezioni dei tratti rinvenuti occasionalmente, si deduce che ogni diramazione era potenzialmente capace di addurre una portata idrica quasi identica a quella del condotto principale.

Nei territori attraversati la distribuzione di acqua avveniva dalle prese d’aria. Gli insediamenti erano approvvigionati con tubi di cotto del diametro di circa 80 cm., impilati l’uno nell’altro ed erano appoggiati al pendio della collina. Questo sistema è stato da me individuato negli anni ’60 in contrada Mura d’Arce: il condotto giungeva alla sommità del luogo individuato col toponimo Pestelloni. È evidente che tale presa favorì la realizzazione della villa rustica ivi esistente in epoca romana ed esplorata nel 1957 come si è riferito in precedenza (il riferimento è all’interno della stessa pubblicazione in un capito differente, N.d.R.).

Analoga presa d’aria doveva essere ubicata nel Vallone d’Ajello, come tramandato dagli abitanti di Castello.

In pianura, invece, l’approvvigionamento idrico avveniva per derivazione dal condotto con tubi di terracotta o piombo, come riscontrato in contrada Rommafavi, o con canali di tegole, come scoperto durante i lavori di raddoppio della linea ferroviaria, a circa 50 m. dal luogo in cui venne eseguito lo scavo dei due rami paralleli.

In questo luogo la sede ferroviaria si sviluppa in trincea e dalla traccia delle tegole lasciata nelle due pareti in terra, che ne delimitano l’ingombro, si deduce che il canale parte dell’acquedotto, forse dal ramo in opus reticulatum realizzato in epoca augustea, e prosegue in direzione nord-est verso la località Torone, a testimonianza che in prossimità di quell’area deve trovarsi un insediamento di notevole interesse archeologico.

Era questo il sistema più in uso in epoca romana, ed il potere di vendere o di donare l’acqua era affidato agli Edili Curuliì o ai Censori, ai quali competeva anche di infliggere dure pene a quanti arrecassero danni alle strutture idriche o dolosamente derivassero una quantità d’acqua maggiore di quella concessa. Famoso è l’aneddoto secondo il cui Virgilio adirato perché non gli venne concesso l’uso di una tegola d’acqua per una sua villa soppresse la parola Nola dai suoi versi (Aulo Gellio, Noct. Attic., VII).

Sembra, secondo la tradizione orale, che tale villa debba ricercarsi nel territorio di S. Paolo Belsito, anticamente Sampaolo, tra Nola e Palma.

Recenti scavi archeologici in località La Vigna, detta Alfaito, in una mappa del secolo scorso, nel dicembre del 1995, hanno dimostrato la presenza di diversi insediamenti a partire dal Bronzo Antico e numerosi epigrafi di epoca romana (Remondini, op. cit., I, 250). Alcune murate nella chiesa di S. Paolo ed in quella di S. Giacomo, dimostrano che lungo l’antica strada che portava a Palma e nel Vallo di Lauro furono innalzati diversi mausolei funerari. Anche il Beloch in una carta topografica del territorio nolano indica la presenza di sepolcri nel territorio di San Paolo Belsito ed in particolare un imponente mausoleo antico in località Centimolo o Masseria del Piano.

Concludendo, si potrebbe credere, alla luce di quanto precedentemente affermato, che Pompei e Teglano, forse servite entrambe dal tracciato originario dell’acquedotto in epoca augustea siano scomparse a seguito dell’eruzione del 79 d.C., molto probabilmente sommerse da una pioggia di lapilli e cenere.

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Speco (ductus) dell’acquedotto romano del Serino di epoca costantiniana in località Tirone. Nella foto è ben visibile la volta interna alla cappuccina che originariamente era rivista in tegoloni e due pozzetti di areazione. Attaccate alle pareti, invece, è possibile vedere gli spessi strati di incrostazione di calcare.

La presenza dell’acquedotto favorì sicuramente il ripopolamento della pianura e la costruzione di nuovi insediamenti rurali per diversi secoli almeno nelle vicinanze delle prese d’aria. Ciò può essere confermato anche dall’attuale esistenza di toponimi come Pozzo Ceravolo, Pozzopagnotto e Pozzoromolo e dall’osservazione delle incrostazioni, costituite da diversi strati calcarei che nel condotto con paramento in opus latericium in località Mura d’Arce raggiungono nel tratto a gomito uno spessore di 8 cm. (Elia O., 1938, Un tratto dell’acquedotto detto Claudio, in “Campania Romana”, vol I, p. 109). Di certo il suo funzionamento è continuato fino al III sec. d.C. quando, come attestato dalla lapide scoperta a Serino, per la mancata manutenzione e la vetustà l’opera diventò inutilizzabile. L’imperatore Costantino tra il 323 ed il 324, anche a nome dei figli Crispo e Costantino II, a sue spese e con notevoli opere di restauro, in opus latericium, ripristinò l’imponente acquedotto, consentendone il funzionamento certo sino al 536.

 

In questo anno, infatti, le truppe di Belisario, interrompendo il condotto che attraversava la Porta di Costantinopoli, penetrarono furtivamente nella città di Napoli, che tenevano assediata, passando per lo speco dell’acquedotto. Anche se i Bizantini si abbandonarono a devastazioni, saccheggi, e ad un crudele massacro della popolazione civile (Procopio, Guerre, V) i danni arrecati all’acquedotto furono di lieve entità e sicuramente vennero in breve tempo riparati e, molto probabilmente, l’acquedotto era in piena efficienza ancora durante il regno di Carlo I d’Angiò, che nel 1268 fece pagare 100 once a tal Sergio Pinto per lavori di manutenzione all’acquedotto proveniente da Sarno (Sgobbo I., 1938, Serino, in “Notizie Scavi”).

L’Acquedotto Augusteo molto probabilmente cessò di funzionare del tutto nel XIV secolo e vani risultarono i successivi tentativi fatti da Pietrantonio Lettieri nel 1950 e dall’architetto Felice Abate nel 1860 per ripristinarlo.

La presenza dell’acquedotto, oggi ancora del tutto interrato, e la perfetta conservazione del tratto venuto alla luce in località Torone, indicano la concreta possibilità di localizzare eventuali insediamenti esistenti nel territorio durante il periodo augusteo.

Ci auguriamo che nelle zone in cui sono emerse chiare tracce di preesistenze archeologiche, da località Torricelle a località Rommafavi, con una più attenta salvaguardia e tutela del territorio vengano alla luce nuovi indizi per meglio chiarire la storia antica di quest’area.

Pubblicato l’articolo sulla riqualifica dell’acquedotto romano di Palma Campania sulla rivista Nuova Archeologia


Sulla rivista Nuova Archeologia, anno XIV, n. 2, Luglio – Dicembre 2018 è stato pubblicato l’articolo di Maria Maddalena Nappi intitolato Riqualificata l’area dell’acquedotto romano di Palma Campania (NA) che fa il punto sulla conclusione del progetto Acquafelix approvato e cofinanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale, con l’Avviso Giovani per la Valorizzazione dei Beni Pubblici. L’articolo è integrato da un trafiletto di Angela Sorrentino sull’apertura Continua a leggere “Pubblicato l’articolo sulla riqualifica dell’acquedotto romano di Palma Campania sulla rivista Nuova Archeologia”

Eccellenze Campane tra Storia e Gusto


Autore: AA.VV.

Anno: 2017

Dimensioni: 21,0 x 29,5

Pagine: 14

Disponibilità/prezzo: contattare il Gruppo Archeologico Terra di Palma
Continua a leggere “Eccellenze Campane tra Storia e Gusto”

Giornate Nazionali di Archeologia Ritrovata 2018


La Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli, il Comune di Palma Campania e il Gruppo Archeologico Terra di Palma

Sabato 13 e Domenica 14 Ottobre

nell’ambito delle Giornate Nazionali di Archeologia Ritrovata del 2018 organizzano Continua a leggere “Giornate Nazionali di Archeologia Ritrovata 2018”

La provenienza dell’acqua potabile nell’antica Pompei: un’ipotesi basata sull’analisi chimica dei residui calcarei degli impianti idrici


di

Saburo Matsui – Luigi Sorrentino – Satoshi Sakai – Yoshihisa Shimizu – Vincenza Iorio

(estratto, senza note e citazione, dell’articolo omonimo pubblicato in AA.VV., 2014, AdTeglanum, n.1,  l’arcael’arco edizioni, Domicella, pp. 7-16)

© Diritti riservati. Riproduzione parziale consentita previa citazione della fonte.

Tra la fine del secolo scorso e gli inizi di quello corrente il Japan Institute of Paleological Studies di Kyoto ha svolto alcune indagini lungo il tratto settentrionale della cinta muraria di Pompei, nell’area dove tradizionalmente era ubicata la c.d. Porta Capua (fig. 1).

Le indagini archeologiche hanno portato alla luce un lungo tratto della cinta urbana in opus quadratum ed una torre in opus incertum con gli spigoli in opus latericium.

Al di sotto del piano di calpestio della torre, lungo il suo lato orientale, durante la V Campagna di Scavo svoltasi tra il settembre del 1997 ed il gennaio del 1998, è venuto alla luce un canale in Continua a leggere “La provenienza dell’acqua potabile nell’antica Pompei: un’ipotesi basata sull’analisi chimica dei residui calcarei degli impianti idrici”

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