di

Saburo Matsui – Luigi Sorrentino – Satoshi Sakai – Yoshihisa Shimizu – Vincenza Iorio

(estratto, senza note e citazione, dell’articolo omonimo pubblicato in AA.VV., 2014, AdTeglanum, n.1,  l’arcael’arco edizioni, Domicella, pp. 7-16)

© Diritti riservati. Riproduzione parziale consentita previa citazione della fonte.

Tra la fine del secolo scorso e gli inizi di quello corrente il Japan Institute of Paleological Studies di Kyoto ha svolto alcune indagini lungo il tratto settentrionale della cinta muraria di Pompei, nell’area dove tradizionalmente era ubicata la c.d. Porta Capua (fig. 1).

Le indagini archeologiche hanno portato alla luce un lungo tratto della cinta urbana in opus quadratum ed una torre in opus incertum con gli spigoli in opus latericium.

Al di sotto del piano di calpestio della torre, lungo il suo lato orientale, durante la V Campagna di Scavo svoltasi tra il settembre del 1997 ed il gennaio del 1998, è venuto alla luce un canale in gran parte ostruito da terra e che, durante l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., non era in funzione.

Pompei
Pianta di Pompei

Una parte di questo canale era stato in realtà già individuato durante la IV Campagna di Scavo, tra l’ottobre ed il dicembre del 1996, all’interno del Saggio 7, ma non era stato possibile identificarlo come tale, né stabilire se terminasse pochi centimetri prima del muro settentrionale della torre, così come sembrava, oppure continuasse verso Nord, al di sotto di essa e quindi al di là della cinta muraria, nell’Ager Pompeianus.

Per questo motivo quindi si è scavato anche oltre le mura urbane (2002-2003) per individuare l’eventuale proseguimento del canale; ma le indagini archeologiche non hanno identificato alcun suo prolungamento, per cui si è stabilito che il canale terminava poco prima del muro settentrionale della torre.

Si è cercato anche di accertarsi se il canale continuasse all’interno della città, verso Sud, al di là del muro meridionale della torre, come sembrava far ipotizzare il tratto rinvenuto nel Saggio 7.

A questo scopo sono state condotte indagini archeologiche nel tessuto urbanistico di Pompei, in linea d’aria con il canale, ma anche in questo caso esse non hanno offerto indicazioni in questo senso; allo stato attuale degli studi non è possibile indicare in quale punto a Sud della torre terminasse il canale rinvenuto.

Per forma e posizione, il canale poteva essere messo in relazione con l’impianto idrico di Pompei. Tali impianti erano presenti in tutte le città, essendo gli antichi Romani molto esperti di ingegneria idraulica, come attestano i resti degli acquedotti presenti nel centro, nella periferia e nella provincia di Roma, e la cloaca maxima.

Per quanto riguarda l’approvvigionamento idrico di Pompei, bisogna distinguere il periodo precedente alla costruzione dell’acquedotto e quello successivo ad esso.

Nel primo, infatti, molto probabilmente, i Pompeiani dovettero prelevare l’acqua, anche tramite macchine, dal fiume Sarno, l’importante corso fluviale a poca distanza dalla città, da loro divinizzato (fig. 7), o che attingessero l’acqua da altri fiumi e dai pozzi scavati all’interno della città.

Più articolato è lo studio relativo all’approvvigionamento dell’acqua potabile a Pompei tramite l’acquedotto, soprattutto perché non abbiamo fonti letterarie relative a nessuno degli acquedotti campani.

Numerose, invece, sono le testimonianze della perizia tecnica degli addetti all’impianto idrico come dimostrano le diverse strutture e apparecchiature, rinvenute negli scavi: il castellum aquae, i pilastri per il “troppo pieno”, gli impianti termali, le fontane pubbliche ed, inoltre, le pompe pneumatiche, le valvole idrauliche, le cassette di deviazione con valvole ecc., rinvenute durante gli scavi degli edifici pompeiani.

Per quanto riguarda il periodo di costruzione dell’acquedotto a Pompei, tre sono le ipotesi sostenute dagli studiosi:

1) l’acquedotto fu costruito al momento della fondazione della colonia e successivamente fu potenziato in epoca augustea;

2) l’acquedotto fu edificato sotto il principato di Augusto ed era una diramazione di quello più grande alimentato dalle sorgenti del Serino e costruito allo scopo di approvvigionare la flotta romana ancorata a Miseno;

3) l’acquedotto fu costruito in epoca claudia.

La seconda ipotesi è quella più diffusa tra gli studiosi, poiché nel periodo augusteo numerosi furono gli interventi edilizi eseguiti in Campania, per volontà del principe.

Sgobbo, sostenitore di questa ipotesi, aggiunge che bisogna tener presente la tecnica costruttiva delle parti originali dell’acquedotto in opus reticulatum, tecnica con la quale è

Castellum aquae di Pompei
Pompei, Castellum aquae

anche costruito il castellum aquae di Pompei databile in epoca augustea, per cui egli ritiene che l’acquedotto dell’antica città vesuviana fosse alimentato dalle acque del Serino e che le sue parti in opus latericium debbano essere attribuite ad un suo restauro eseguito in seguito al terremoto del 62 d.C.

Nel sostenere la sua tesi, Sgobbo cita un’iscrizione mutila rinvenuta a Pozzuoli, il cui testo in un primo momento non fu letto correttamente, ma che poi il Mommsen riconobbe come relativo ad un cur(atori) aquae Aug(ustae), indicazione che segnalava la presenza di un acquedotto, l’Aqua Augusta, a Pozzuoli.

A questa prima epigrafe bisogna aggiungere quella rinvenuta nel territorio del Comune di Serino, nella quale si riporta la notizia di un restauro in epoca costantiniana dell’aqueductum fontis Augustei.

La terza ipotesi sulla  costruzione dell’acquedotto in epoca claudia si basa su alcune fistule di piombo rinvenute nella zona flegrea, sulle quali era riportato il nome Claudii Augusti.

Anche la Elia in un suo articolo attribuisce l’acquedotto all’imperatore Claudio, ma non avanza nessuna ipotesi di datazione per il tratto emergente nel territorio di Sarno che prende in considerazione.

Un altro problema relativo all’approvvigionamento idrico di Pompei riguarda le sorgenti per la captazione dell’acqua. Anche in questo caso si hanno tre ipotesi:

1) le sorgenti erano quelle di Serino, in Irpinia;

2) le sorgenti in un periodo più antico provenivano da Avella e successivamente da Serino, ma comunque miste a quelle di Avella;

3) le sorgenti erano situate alle pendici del Vesuvio.

In particolare il Beloch, sostenitore della prima tesi, ricostruisce il percorso del lungo acquedotto che si snodava per decine di chilometri, basandosi soprattutto sui resti visibili e tal proposito riporta quanto segue:

(citazione da BELOCH 1989 qui non riportata, ma presente nell’articolo originale)

Il percorso sopra riportato ed ipotizzato dal Beloch tiene presente in molti punti la descrizione del Lettieri, l’architetto napoletano, che condusse accurati studi intorno alla metà del XVI secolo per conto del Viceré di Napoli, don Pedro da Toledo, il quale voleva ripristinare l’antico acquedotto di Serino per portare l’acqua a Napoli.

 

Tracciato acquedotto del Serino
Tracciato dell’acquedotto romano del Serino

Il Lettieri, che aveva esplorato personalmente i resti dell’acquedotto, aveva avuto la possibilità di vedere anche i resti del ramo che da Palma si staccava per giungere a Pompei, poiché lo studioso riporta quanto segue:

(citazione da GIUSTINIANI 1803 qui non riportata, ma presente nell’articolo originale)

Per cercare, quindi, di individuare le sorgenti dalle quali l’acquedotto pompeiano

pilastro per il troppo pieno a Pompei
Pompei, pilastro per il “troppo pieno”

 

captava l’acqua, il Japan Institute of Paleological Studies di Kyoto ha eseguito campionature nella cisterna delle Terme Stabiane, nei pilastri per il “troppo pieno” e nel castellum aquae (posizionato all’altezza di m 42,443 s.l.m.). In quest’ultimo edificio, i residui di calcare sono stati campionati in due zone, sul fondo della vasca e sulle pareti, al di sopra del foro d’immissione dell’acqua, dov’era presente una fascia di residui calcarei.

Le campionature sono state eseguite anche in alcuni edifici del territorio intorno a Pompei, ovvero a Torre Annunziata, nella piscina della Villa A e presso le Terme Nunziante, a Palma Campania in località Torone e a Sarno alle pendici della località Pestellone, chiamata anche Mura d’Arce.

In queste due ultime località, infatti, si trovano i resti dell’acquedotto, le cui acque, secondo alcuni studiosi, provenivano dalla sorgente di Serino.

acquedotto-augusteo
Palma Campania, località Tirone, doppio condotto di epoca diversa dell’acquedotto romano del Serino

A Palma Campania, in particolare, sono presenti i resti di due speci, uno accanto all’altro, realizzati il primo in opus reticulatum, datato in età augustea e corrisponde ai resti cui accenna il Beloch; il secondo, in opus latericium, relativo ad una ricostruzione eseguita durante il regno di Costantino, come attesta l’epigrafe rinvenuta da Sgobbo, ed erroneamente attribuita da Potenza all’epoca di Antonino Pio.

Le analisi chimiche, eseguite sui residui di calcare campionati, hanno stabilito che le acque delle Terme Stabiane e dei pilastri per il “troppo pieno” a Pompei, dell’acquedotto a Sarno, in località Mura d’Arce, e di quello a Palma Campania, il cui specus è in opus reticulatum, provenivano tutte dalle sorgenti di Serino.

Le analisi hanno poi stabilito che differenti erano le sorgenti delle acque che alimentavano lo specus in opus latericium dell’acquedotto di Palma Campania, per cui si potrebbe ipotizzare che, quando l’acquedotto fu ricostruito in epoca costantiniana si utilizzarono sorgenti diverse da quelle dell’acquedotto augusteo.

Molto interessanti anche le analisi dei campioni di calcare prelevati nel castellum aquae di Pompei: infatti quelli del fondo della vasca sono uguali a quelli dei campioni prelevati negli altri edifici di Pompei, mentre quelli prelevati sulla parete al di sopra del foro dell’acqua, dove si era formata una fascia di residui calcarei, sono diversi sia da questi che da quelli prelevati dallo specus in opus latericium di Palma Campania.

Il risultato delle analisi ci lascerebbe, quindi, ipotizzare che l’acqua che arrivava a Pompei poco prima dell’eruzione del Vesuvio non era quella delle sorgenti del Serino, forse perché l’acquedotto che era stato danneggiato durante il terremoto del 62 d.C., per cui in attesa che fosse restaurato nella sua totalità, a Pompei si provvide a far giungere l’acqua da altre sorgenti diverse che al momento attuale degli studi non è possibile identificare.

Inoltre, poiché, come si è detto, le analisi hanno stabilito che le acque della cisterna delle

PRG - Norme zona E001 2
Gli autori dell’articolo e alcuni soci del Gruppo Archeologico Terra di Palma sul sito dell’acquedotto romano del Serino in località Mura d’Arce a Sarno

Terme Stabiane ed i pilastri per “il troppo pieno” erano quelle del Serino, se ne potrebbe dedurre che questi edifici al momento dell’eruzione del Vesuvio non erano in funzione. Tenendo presente ciò che si è sopra esposto, si potrebbero formulare le seguenti ipotesi relative agli argomenti trattati:

1) Alcuni studiosi sostengono che Pompei aveva già un acquedotto all’epoca della deduzione della colonia, alimentato da acque provenienti da Avella e che in epoca augustea sarebbe stato potenziato con acque miste provenienti dalla stessa località e dalle sorgenti del Serino.

Secondo gli scriventi, questa ipotesi, al momento attuale degli studi, resta tale poiché non sono stati rinvenuti resti di questo eventuale acquedotto databile all’ultima fase della Repubblica ed inoltre la sua ricostruzione è ipotetica.

Per confermare o smentire questa ipotesi sarebbe, infatti, opportuno scavare al di sotto dell’attuale castellum aquae per individuare eventuali fasi precedenti, visto che l’edificio oggi visibile si daterebbe in epoca augustea (presenza dell’opus reticulatum) con rifacimenti posteriori nella facciata in opus latericium. Se comunque quest’ipotesi corrispondesse alla realtà, si potrebbe ipotizzare che l’acquedotto di Pompei doveva avere dimensioni modeste, dovendo servire una sola città con il suo Ager e probabilmente le sorgenti scelte per alimentarla non dovevano essere molto lontano, in modo tale che il tracciato fosse il più breve possibile.

2) L’acquedotto di Pompei era una diramazione di quello augusteo che doveva servire molte località della Campania, per il quale si scelsero sorgenti che dovevano essere le migliori per qualità e quantità, come ha ipotizzato il Beloch; la diramazione che giungeva nella città vesuviana, doveva staccarsi probabilmente nella zona tra Sarno e Palma Campania, alle spalle di Pompei.

3) È probabile che una parte dell’acquedotto costruito in epoca augustea, per cause a noi ignote, sia stata restaurato in epoca claudia; forse quella della zona flegrea, poiché lì sono state rinvenute le fistule riportanti il nome di Claudio.

4) Negli ultimi anni di vita di Pompei, la città era servita da un acquedotto le cui acque non erano quelle del Serino, come ci testimoniano le analisi chimiche dei residui di

Dio Sarno
Pompei, il dio Sarno in un affresco della Casa dei Triclini

calcare prelevati sulle pareti del castellum aquae. È possibile, quindi, che per un evento a noi ignoto (terremoto del 62 d.C.?) non fosse più possibile utilizzare lo specus dell’acquedotto del Serino e per Pompei si provvide alla costruzione di un acquedotto, utilizzando altre sorgenti che non dovevano essere lontane dalla cittadina vesuviana. In epoca augustea, comunque, le acque che giungevano a Pompei erano quelle del Serino e pertanto sarebbe possibile chiedersi chi rappresenta la divinità fluviale che è raffigurata sulle pareti del castellum aquae e databile proprio in epoca augustea.

Come risposta a tale domanda si potrebbero formulare due ipotesi:

Dio dell'acqua all'interno del castellum aquae di Pompei
Pompei, possibile divinità dell’acqua rappresentata in un affresco sulle pareti del castellum aquae

1) la divinità rappresenta una generico dio delle acque;

2) la divinità rappresenta il Serino divinizzato ed in tal caso ci troveremmo di fronte alla sua prima rappresentazione iconografica.

I Pompeiani, però, non dimenticarono certamente il Sarno, le cui acque risultavano di fondamentale importanza per poter far arrivare le merci dalla costa nell’entroterra della Campania e di conseguenza, forse, due erano le divinità fluviali venerate nella cittadina vesuviana: il dio Sarno, che assicurava ai Pompeiani la prosperità economica, e il dio Serino, che garantì loro per alcuni decenni l’approvvigionamento di acqua potabile.

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Foto in alto: Gli autori dell’articolo e alcuni soci del Gruppo Archeologico Terra di Palma sul sito dell’acquedotto romano del Serino in località Tirone a Palma Campania.

© Diritti delle foto appartengono al Gruppo Archeologico Terra di Palma, al MiBAC e agli uffici di competenza territoriali del MiBAC.

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